La chiesa di San Pietro

Durante gli scavi del 1992 in prossimità dell’area absidale, a cinque metri di profondità è stato rinvenuto un sacello sotterraneo: si tratta di un abside con calotta regolarmente strutturato in squadrate pietre calcaree, sul quale è per ora imprudente pronunciarsi.

La prima vera menzione di un’area denominata clausura Sancti Petri risale al febbraio 1180 e se già nel 1193 la chiesa caratterizza l’area circostante come burgum Sancti Petri, è solo nel corso del secolo successivo che essa assume compiti di cura d’anime, tanto che viene considerata plebs o parochia non prima del Trecento. Al pari di ogni altra parrocchia cittadina, essa dipendeva dal capitolo della cattedrale che ne era a capo per mezzo di due canonici prebendati in qualità di pievani.

La presenza, nel borgo di San Pietro, di un’organizzata e consistente comunità tedesca, bisognosa di specifiche esigenze di culto, comportò la progressiva nomina di un vice pievano o vicario di lingua tedesca, finché, a metà Quattrocento, divenne norma che uno dei due pievani fosse di nazionalità germanica. Proprio alla comunità alemannaè dovuta la peculiarità della chiesa e del borgo di San Pietro e ne erano segno le confraternite o scuole rappresentate in chiesa dai propri altari, ma soprattutto la Confraternita degli zappatori (dal 1278) cui si deve l’istituzione, accanto alla chiesa, dell’Ospitale dei tedeschi, in soccorso di connazionali poveri e pellegrini.

La competenza spirituale della parrocchia comprendeva la curazia di Gardolo e, in tempi diversi, Cognola, Villamontagna, Montevaccino e Garniga.

L’epigrafe datata 1472, murata all’esterno, nel terzo contrafforte sud, rappresenta, per quanto è finora noto, l’avvio del cantiere, promosso dal fabbriciere Hans Ditmar di Termeno; impresa che, di lì a poco, avrebbe avuto come fondamentale sostenitore il principe vescovo Johannes Hinderbach, il quale, già nell’ottobre 1473 sollecitava la raccolta di offerte “ad aeddificatione chori S. Petri”.

Nel Cinquecento anche la chiesa di San Pietro partecipa alle vicende del Concilio: il 18 gennaio 1562 prese forma dalla nostra chiesa una solenne processione che aprì in Cattedrale l’ultimo periodo del Concilio di Trento.

Nel 1588, in ossequio a prescrizioni post conciliari, venne rimosso il sacro fonte, che si trovava in mezzo alla chiesa, per dislocarlo “dentro la porta granda” (lì dove si trova l’attuale fonte). In questo stesso annoi, Gaspare Wolkenstein, capitano di Trento, erigeva il grandioso monumento funerario “con uno crocifisso in mezzo, et gli misterij della passione intorno”.

Nel 1624 un incendio divampato nel coro della chiesa la sera della solennità dei Santi Pietro e Paolo, arrecò non pochi danni al tempio. “Disordine però, che menò ordine” – scrive il Mariani – “perché la chiesa stessa che all’hora era, come un’ingombro d’Armi, d’Altari, e d’Anticaglie all’uso Tedesco, s’è ridotta in forma, che hà più del proprio, e moderno all’Italiana”. Effettivamente, tutti gli interventi promossi in età barocca furono volti a smorzare l’aspetto gotico del sacro edificio. Entro la metà del Seicento le finestre archiacute delle navate lasciarono il posto ad ampie lunette dalle quali le cappelle laterali, comprese ora da arcate a tutto sesto, ricevevano la luce. A partire dal 1642 si edificava una nuova cappella del Simonino, perfezionata nella decorazione solo nel 1669.

Nel 1731 il conte Ludovico Bortolazzi (1658-1734) faceva erigere a proprie spese, in sostituzione di ciò che restava del precedente altare, il marmoreo altare maggiore.

Dopo i rivolgimenti storico-politici di primo Ottocento, si inaugura, anche per la nostra chiesa, un nuovo corso: nel 1808 al pievano di nomina capitolare subentrano i padri Filippini, avvicendati tuttavia già nel 1819 dal parroco di nomina vescovile. Dalla soppressa chiesa di Santa Maria Maddalena viene acquisita la pala cinquecentesca di Martino Teofilo Polacco.

Il consistente legato di 20000 fiorini del conte Gasparo Bortolazzi finanziò la nuova facciata (1848-50), opera di alto profilo, testimone del colto neogotico di Pietro Estense Selvatico.

Negli anni settanta si aprirono nuove finestre ad ogiva, anche per supplire alla carenza di luce imputata alla tamponatura del rosone in facciata; in seguito si scelse di erigere, su progetto degli ingegneri Ignazio Liberi e Michele Majr, due piccole, simmetriche cappelle, dedicate l’una all’Angelo custode, poi alla Vergine, l’altra a San Giuseppe, nelle quali trovarono alloggio una coppia di altari neogotici. Nel corso degli anni cinquanta e sessanta del Novecento, in concomitanza con le indicazioni del Vaticano II, venne adeguata l’area presbiterale, furono approntate nuove vetrate e chiusa al culto la cappella del Simonino.

 

interno della chiesa